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Come raggiungere il successo sui social? Quanto costa? Quanto tempo ci vuole? Cosa postare? E se strada facendo devo andare contro i miei principi? Ma io ho dei principi? Assisto impotente ad una forma perversa nell’inseguire soldi e successo: “Ho bisogno che tutti siano dipendenti dai miei post, ma non voglio vivere in un mondo di zombi”. Robe da matti! Abbiamo accettato di misurare il valore di una persona dal numero di follower, visualizzazioni, like ecc… tutti numeri acquistabili…

Inoltre continuare a postare senza un progetto professionalizzante, solo per soddisfare un bisogno di attenzioni (un tempo si chiamava ESIBIZIONISMO e lo scoraggiavamo…) nell’illusione di raggiungere una non ben definibile forma di successo, sta causando un decadimento nelle relazioni sociali ed un vuoto temporale nel cervello, dove i ricordi non esistono, perché le azioni non sono vissute, ma postate...

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DIAMOCI UNA REGOLATA

Controllare in continuazione il cellulare anche quando siamo in compagnia potrebbe essere non solo semplice maleducazione ma anche un sintomo di stress. In poche parole, se invece di parlare, chiacchierare e guardarsi in faccia con gli amici con i quali abbiamo scelto di uscire o andare al ristorante, i nostri occhi sono quasi sempre puntati sul cellulare c’è qualcosa che non va. Almeno, questo rivela uno studio pubblicato su Behaviour & Information Technology che spiega quanto questo comportamento ormai così usuale potrebbe dipendere non da banali distrazioni momentanee, ma da problemi psicologici più seri.

Potreste non sapere esattamente che cos’è il phubbing ma esserne stati spesso vittime (o artefici): l’espressione – che deriva dall’inglese phone “telefono” e snubbing “snobbare” – indica infatti l’abitudine di ignorare le persone che ci circondano per concentrarci sul cellulare, un’esperienza assai comune da vivere a vario titolo. A che cosa è dovuto questo irrefrenabile impulso? Esiste un modo per tenerlo a bada?

Vicini ma distanti. Il crudele paradosso del phubbing è che uno strumento che dovrebbe servire a connetterci con persone distanti, come lo smartphone, si trasforma in una forma di evasione dalle relazioni più strette e vicine, che dovremmo invece vivere nel presente. E in effetti gli effetti deleteri del phubbing sulle relazioni romantiche o sui bisogni disattesi dei bambini – perché i genitori stanno troppo spesso al cellulare – sono stati approfonditi in diversi studi.

È più forte di me. All’origine del phubbing sembra esserci, specialmente nei più giovani, un disturbo dell’autocontrollo, una sorta di tendenza compulsiva a guardare il cellulare.

Uno studio condotto nel 2019 da un team della Aarhus University (Danimarca) ha accertato che questa abitudine è socialmente accettata benché la si riconosca come molto spiacevole e irrispettosa. Gli autori della ricerca parlano di acrasia digitale, dove acrasia (un termine che trae origine dalla filosofia antica) indica l’incapacità di agire secondo principi ragionevoli.

Ci sono anch’io! Un’altra spinta al phubbing potrebbe venire dalla paura di essere tagliati fuori dalle notizie, dai rapporti sociali o dal circuito delle informazioni (si parla di FoMO, dall’espressione inglese “fear of missing out”) o ancora dalla dipendenza da Internet – aspetti comunque molto legati tra loro e allo scarso autocontrollo.

Altri studi hanno associato il phubbing alla presenza di ansia sociale o depressione, mentre alcune ricerche lo collegano a certi tratti di personalitàneuroticismo (una sorta di instabilità emotiva) e apertura all’esperienza sono più facilmente legati all’abitudine di ignorare il mondo per dedicarsi al cellulare. Altri lavori ancora hanno stabilito che è più incline al phubbing chi a sua volta lo subisce, chi lo ritiene tutto sommato accettabile o chi si sente più spesso in una condizione di noia.

D’altra parte, la tecnologia mobile, dai dispositivi alle applicazioni, è proprio progettata per attirare sempre di più la nostra attenzione e, senza un minimo di autocontrollo, si diventa dipendenti, anche a causa di social come Facebook, Instagram o Twitter.

Cellulare? Meglio una rivista… Fare phubbing è inoltre sintomo di una scarsa intelligenza sociale, ossia la capacità di relazionarsi con gli altri in maniera costruttiva e di comprenderne la situazione. Il problema non è solo estraniarsi e snobbare l’interlocutore, ma anche il motivo per cui lo si fa.

Uno studio del 2021 ha trovato che l’effetto sgradevole è meno pronunciato se si viene ignorati a favore, poniamo, di un libro o di una rivista, perché si percepisce la lettura come un passatempo più costruttivo rispetto allo scrolling del cellulare. Se il partner non ci ascolta perché sta leggendo Focus, lo riteniamo un po’ meno offensivo di quando ci snobba per traccheggiare su Instagram.

«Ed è paradossale che tante persone trovino fastidioso il phubbing degli altri, ma continuino a farlo anche loro stessi in automatico», continua Juhyung Sun.

Se invece sei un tipo socievole. Ovviamente, c’è un altro risultato dello studio che è poi il rovescio della medaglia: le persone più serene e ottimiste sono meno tentate di guardare il cellulare quando sono in compagnia. Conclude il ricercatore: «Le persone più collaborative, istruite e amichevoli hanno un’alta tendenza a mantenere l’armonia sociale e a evitare discussioni che rovinino le relazioni. E in compagnia degli amici, considerano il phubbing non solo scortese, ma decisamente spiacevole».

Fonte: https://www.focus.it/comportamento/psicologia/phubbing-come-previene

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